L’Appia Antica in bici

La Regina Viarum dal Centro di Roma ai Castelli Romani

pedalando 2300 anni di storia

46,5 km 450m disl+

L’Appia Antica in bici ripercorre nel tempo circa 23 secoli. Correva l’anno 312 A.C. , quando  il Console romano Appio Claudio Cieco decise di costruire la prima grande via romana. Una lunghissima linea retta che da prima congiunse Roma ai Colli Albani e poi si allungò fino a Capua. Nel 268 A.C. la Via Appia raggiunge Maleventum, da allora rinominata Beneventum. Fin quando, nel 198 A.C. con l’arrivo a Brundusium (l’attuale Brindisi), l’Appia collegò direttamente Roma con il Mediterraneo. L’Appia divenne così la porta verso l’Oriente del mondo allora conosciuto.

Lunga 360 miglia romane, 533km odierni, si dirama nella spasmodica ricerca di quella Linea Retta che divenne caratteristica delle grandi Vie Consolari romane. 4,10 m di larghezza, affiancata da un doppio percorso pedonale (crepedini) e corredata da colonne miliari che ne misuravano la distanza da Roma. L’Appia si percorreva su possenti basolati in pietra vulcanica perfettamente incastrati tra di loro. Posti su diversi strati di pietrisco e terra, colmavano la grande trincea che precedentemente veniva scavata. Un’opera considerata tra le grandi invenzioni ingegneristiche del mondo romano, tant’è che l’Appia divenne l’archetipo di tutte le grandi vie romane che ad essa seguirono. Prova ne è il fatto che ancora oggi resiste intatta al passare dei tempi.

La Via Appia aprì la strada verso la Magna Grecia e le Terre d’Oriente. Permise all’Impero Romano di varcare nuove rotte commerciali e di conquista. La Via Appia divenne in poco tempo Regina Viarum e lungo il suo percorso sorsero economie, ville consolari, imponenti complessi termali, teatri e acquedotti. L’Appia fu anche teatro di tragici eventi, come nel 71 A.C. quando lungo il percorso fino Capua furono crocifissi 6000 schiavi complici della rivolta capeggiata da Spartaco. Un lugubre monito a tutti gli schiavi dell’Impero.

Il declino della Regina Viarum

La caduta dell’Impero Romano d’Occidente decretò poi il lento e graduale abbandono della Via Appia. Fu completamente dimenticata nel Medioevo. Trasformata addirittura in cava.  I monumenti romani furono spogliati delle statue e dei marmi pregiati per la costruzione delle ville signorili del tempo. I basolati in buona parte espiantati. Dall’XI secolo  le grandi famiglie Colonna, Torlonia e Caetani, con il beneplacito papale, trasformarono i grandi templi in castelli, eressero mura e dogane lungo la Via Appia, richiedendo esosi pedaggi a tutti quelli che l’attraversavano.

Fu solo verso la metà del XIX sec. che si fece avanti un’idea di tutela della Via Appia. Fu papa Pio IX a lanciare il primo piano di salvaguardia dell’Appia, affidando i lavoro d recupero all’architetto ed archeologo piemontese Luigi Canina.

Un declino che però continuò fino a pochi decenni fa. Negli anni Cinquanta difficile dimenticare Papa Pio XII che benedice la prima pietra di uno stadio proprio sulle Catacombe di San Callisto. Fortunatamente l’indignazione generale portò all’accantonamento del progetto.

Questi  furono gli  la “predazione moderna”, quelli  della speculazione edilizia, che inglobarono templi, sepolcri, ville e terme all’interno dei confini delle ville private.

Oggi, l’elenco dei siti non più visitabili perché “privati” è ancora maggiore di quello su territorio demaniale. Solo le lotte di Antonio Cederna e dell’Associazione Italia Nostra permisero l’istituzione nel 1988 (con vergognoso ritardo storico) del Parco Regionale dell’Appia Antica a tutela del tratto che dalle Terme di Caracalla in Roma si dirama fino a Frattochie.

La recente pubblicazione del volume Appia di Paolo Rumiz (nel 2015  l’ha percorsa a piedi da Roma a Brindisi) è un grido accorato per riportare l’attenzione della cronaca sul grandissimo scrigno di storia e cultura che rappresenta per tutti noi la Regina Viarum:

“É compito di ciascuni di noi, come cittadini, restituire alla Bes Pubblica questo bene scandalosamente abbandonato, ma ancora capace -dopo 23 secoli- di riconnettere il Sud al resto del Paese e di indicare all’Italia il suo ruolo nel Mediterrane” cit. Paolo Rumiz

Il Percorso

L’Appia Antica in bici è uno di quegli itinerari cicloturistici che ogni viaggiatore dovrebbe almeno una volta pedalare. Un percorso che richiede tempo e nessuna fretta, tante sono le meraviglie che incontrerete lungo il percorso.

L’Appia non è propriamente una pista ciclabile o una ciclovia, ma il divieto di transito alle auto nel tratto più caratteristico permette una godibilità in bici davvero ottima.

L’Appia Antica partiva da Porta Capena, a due passi dal Circo Massimo. Io per non sbagliare fisso la partenza in bici dal maestoso Arco di Costantino, a due passi dal Colosseo e dai Fori Imperiali.

Il primo tratto del percorso corre su strada aperta al traffico, lungo la direttrice delle Terme di Caracalla fino a Porta San Sebastiano. Appena superate le Mura Aureliane non perdetevi la prima colonna miliaria della Via Appia (dal 1910 sostituita da una copia, l’originale è in Campidoglio). Sono nel Parco della Caffarella e qui il lastricato di sanpietrini continua, trafficato, fino alla chiesa del Domine Quo Vadis, dove finalmente il divieto di circolazione renderà la pedalata decisamente più rilassante.

La Via Appia in bici continua ancora lungo  un tratto urbanizzato,  caratterizzato dagli ingressi delle catacombe di San Callisto e San Sebastiano. Superato l’enorme complesso del Circo di Massenzio ecco uno dei luoghi iconici dell’Appia Antica: Il Mausoleo di Cecilia Metella e il Castrum Caetani, il complesso funebre meglio conservato di tutto il Parco regionale dell’ Appia Antica.

Cominciamo a pedalare anche i primi brevi tratti dell’originale basolato e siamo in Capo di Bove dove è stato allestito l’Archivio di Antonio Cederna.

Ora il percorso dell’Appia Antica in bici si fa più ampio. Oltre ai millenari basolati ora possiamo riconoscerne ai lati le crepedini che garantivano un percorso pedonale parallelo all’Appia. In successione attraverso il complesso dei Tumuli degli Orai e Curiazi, il Ninfeo della Villa dei Quintili, la Quinta scenografia del Canina e Casal Rotondo. La mia bici mi catapulta indietro nel tempo di 23 secoli. Immaginare la maestosità della Regina Viarum ai tempi dell’Impero Romano non è difficile alla luce delle straordinarie testimonianze arrivate fino a noi.

L’Appia Antica in bici è un universo di pietre, iscrizioni, laterizi e volti di statue che raccontano millenni di storia gloriosa.  Alcune incisioni su antiche tombe raccontano di vite vissute 2000 anni fa e regalano ai passanti reali spaccati di vita quotidiana.

“straniero, ho poco da dire: fermati e leggi. Questo è il sepolcro non bello ‘una donna che fu bella. I genitori la chiamarono Claudia. Amò il marito con tutto il cuore. Mise al mondo due figli: uno che lo lascia sulla terra, l’altro l’ha deposto sotto terra. Amabile nel parlare, onesta nel portamento, custodì casa e filò la lana. ho finito, vai pure.”

La mia Appia Antica in bici prosegue davvero lentamente, mi fermo per mille foto, cerco di leggere i volti delle statue dei sepolcri, non evito i basolati e mi guardo attorno estasiato  nell’ombra dei pini. Proseguo ammirando alla mia sinistra la mole dell’Acquedotto dei Quintili (che non riesco a raggiungere con tanta rabbia rabbia), Torre di Selce, il Tempio di Apollo e il sepolcro della  Berretta del Prete.

Sono ormai all’altezza dell’aeroporto di Ciampino, dove l’Appia Antica si fa per un tratto sterrata. Nell’ultimo tratto prima di Frattocchie ritrovo l’antichissimo basolato (in perfette condizioni 2300 anni dopo) al termine del territorio del Parco regionale dell’Appia Antica.  ho percorso circa 18 km, senza alcuna difficoltà tecnica se non quella del fondo in basolato.


 

Salendo a Castel Gandolfo 

Da Frattocchie (179 m slam) la strada continua in salita lungo percorsi trafficati secondari, che coincidono cona la Via Francigena del Sud, per salire ai 416 m di Castel Gandolfo. Lasciato il Parco Regionale dell’ Appia Antica entro nel territorio del Parco dei Castelli Romani, e l’arrivo a Castel Gandolfo dopo circa 5 km mi regala un panorama davvero mozzafiato sul Lago Albano, di origine vulcanica. Ai Castelli non può mancare una sosta condita con un panino alla porchetta di Ariccia, una prelibatezza a cui non ci si può assolutamente sottrarre.

 



 

Il Ritorno

Il rientro segue lo stesso percorso dell’ andata. Personalmente non ho avuto problemi nel ripercorrere i basolati dell’Appia Antica, godendo ancora della straordinarietà della Regina Viarum. Arrivato all’altezza delle Catacombe di San Callisto l’intrigo dei sensi unici romani mi obbliga a qualche leggera deviazione. Raggiunta Porta San Sebastiano costeggio le Mura Aureliane lungo un tratto di ciclabile fino a Piazzale Numa Pompilio dove ritrovo il tratto iniziale della partenza.

Infine non perdetevi una pedalata nel centro di Roma. É un’altura di quelle esperienze che da sole meritano un viaggio nell’Urbe.

 


Consigli

Pedalare Roma immersi nel traffico cittadino è vero richiede certa attenzione ma, nulla di così catastrofico come descritto nella narrazione popolare di questi tempi. Questo percorso richiede comunque una bici gravel o mtb, il basolato e i sanpietrini romani non scherzano. Io l’ho percorso in sella alla mia Arancione in asseto bikepacking durante il mio ultimo cicloviaggio.

Per chi non amasse i tratti di traffico aperto può limitare il percorso fino a Frattocchie e rientro,  l’Appia Antica in bici merita da sola una giornata intera. solo questo tratto prevede circa una lunghezza di 36 km andata e ritorno.

L’unico vero consiglio che mi sento di dare è: prendetevi tutto il tempo, godetene con calma e non mettetevi fretta. L’Appia Antica in bici richiede lentezza per goderla davvero. E vi assicuro sarà una di quelle esperienze che rimarranno impresse nei vostri migliori ricordi di viaggio.

 

 Scarica QUI il percorso dell’andata

 

Scarica QUI il percorso del ritorno a Roma